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Un paesaggista? [Gabriella Mignani]
E’ riduttivo definire Giancarlo Fantini semplicemente un paesaggista.
La sua arte scaturisce da un amore profondo per la natura, da una scelta
di vita (è docente di Botanica ed Ecologia), da un bisogno quasi ancestrale,
di confondersi con ciò che alla natura appartiene.
“In viaggio con la natura” è infatti il titolo dell’ultima personale dell’artista
piemontese, vista a La Spezia nel giugno del 2006: il viaggio è, per lui, non
“attraverso la natura”, ma in compagnia di essa, non è porsi al di fuori del
paesaggio, ma viverlo pienamente e, solo in seguito dipingerlo, riproporlo a sé stesso e agli altri.
Fantini non vive il fare pittura come restituzione consolatoria (nota giustamente
Giorgio Segato), ma nella piena consapevolezza delle grandi perdite, perché da
ecologista sincero qual è (e l’onestà dell’uomo e dell’artista è caratteristica
saliente del suo lavoro), non può non avvertire che alcune perdite sono irrimediabili,
alcune contaminazioni irreversibili e non resta quindi che ricercare ciò che ancora può,
nel presente, essere salvato.
Egli stesso, umilmente, riconosce la grandezza del suo maestro, Monet, nel cogliere il
paesaggio come se fosse il primo sulla terra. Ma era un paesaggio dell’800, meno
complesso, meno contaminato di quelli attuali, anche se Fantini ha la fortuna di
vivere in un luogo bellissimo: quella zona del Piemonte al confine con la Svizzera
(Arona, il lago Maggiore) dove strette valli si aprono inaspettate, tra folti boschi
di castagni e pini.
E i boschi sono spesso rappresentati nei quadri di Fantini: alberi saldamente ancorati
al terreno, ma le cui cime, spesso, sono fuori dalla tela: ancora una volta è la “terra madre”,
la natura ancestrale, quella da cui tutto scaturisce; anche noi uomini siamo alberi spesso
senza radici e il viaggio non è che ricerca di una terra perduta. Viaggia, Fantini: i suoi
paesaggi non si limitano alle sue zone: dipinge la Liguria, ma anche la Provenza con le
sue magiche luci e quelle più cupe dell’Europa del Nord.
Il giallo e il verde predominano nei paesaggi boscosi, come nei cieli al tramonto:
Fantini è un artista solare; il suo, in fondo, è un messaggio ottimista, non c’è sofferenza
compiaciuta, pur nella lucida consapevolezza di una perdita. La sua tavolozza è composta di
colori assai luminosi: cadmio, giallo e rosso, cobalto, viola.
Nel miscelare il colore, l’arte di Fantini si estrinseca pienamente: nelle opere più riuscite
c’è un’originale costruzione della forma attraverso il colore, che pur non disdegnando il
messaggio impressionista o neo impressionista, ne fa comunque una propria, personalissima interpretazione.
“Una buona metafora implica una percezione intuitiva della somiglianza nella diversità”,
diceva Aristotele, primo assoluto nel concepire il rapporto arte/natura. Ancora attuale
nella cultura contemporanea che, quasi per contrapporsi a una visione tecnicistica e
iperrazionale del Mondo, tende a formare una concezione della Natura abbastanza vasta
da includervi una coscienza ecologica, morale, persino religiosa.
Un artista come Fantini conferma tale tendenza, la fa sua con naturalezza: i suoi quadri
somigliano, ma non sono (e questo è quasi scontato per ogni artista che si definisca tale)
quei paesaggi: sono un’interiorizzazione del reale, in cui il colore gioca un ruolo primario,
sono un mantra che ci trasporta in una natura fuori dal tempo.
Così nel “Bosco di Betulle”, dove gli alberi sono quasi trasparenti, di un rosa etereo,
opalescente, che contrasta col terreno di un marrone caldo e rassicurante, mentre il cielo, come spesso, è assente.
Sembra quasi, nei dipinti di Fantini, che dove c’è il cielo non possa esservi la terra, e viceversa.
Anche nel bellissimo”Primavera a Vernazza”, alberi rosa si stagliano in un verde che non
ha confini. Oppure, come nei dipinti più recenti, il cielo è tutt’uno con l’acqua, in uno
sfondo indistinto, dove emergono barche blu, ciottoli trasparenti, sassi levigati.
Manca del tutto la figura umana: la si intuisce dietro alcune finestre, dai panni stesi,
o nelle rare nature morte, interni di studi abbandonati dai pittori: l’uomo, spettatore e
partecipe, si ritira e lascia la natura protagonista.
Fantini saprà ancora dare nuove emozioni, nuove visioni di essa, per chiunque, come lui
stesso afferma, “trovi il tempo, e la voglia, per ascoltare, in pace, quell’armonia onirica
che è l’essenza primordiale del colore”.
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La pittura di Giancarlo Fantini [Angelo Carnevale – 2006]
…i suoi dipinti, come delle finestre aperte sul mondo della natura, manifestano chiaramente
l’amore che fa rivivere il connubio indissolubile tra l’armonia dei colori e la bellezza delle
cose più semplici come, per esempio, i ciottoli di un corso d’acqua oppure l’ombra di una felce
che colpita dalla luce solare proietta un’immagine merlettata simile ad un prezioso pizzo antico.
Notevole è il turbinio di emozioni che prendono forma nelle efficaci sfumature sulle sue tele:
sfaccettature di una dinamica personalità pittorica che fa di un esperto docente di botanica un artista del colore.
In generale, è proprio dalla sua attività professionale che scaturisce la vera protagonista dei
suoi dipinti: la vegetazione, inserita in policromi paesaggi.
Essa è significativamente raffigurata con una varia gamma di verdi ravvivati dal cielo azzurro
e dalla luminosa distesa di fiori rossi e gialli, come nei quadri “Maremma” e “Obiettivo sui papaveri”
in cui campeggia una veduta agreste compendiata in mirabili piani di colore e in fasce geometriche con
cui l’artista ha creato direttamente l’immagine attraverso le tinte della propria tavolozza.
Tale tecnica, senza rinunce verso una propria visione artistica, si ispira visibilmente ad una concezione
che fece la gloria del celebre Paul Cèzanne.
Nell’odierna rassegna non sono mancati dei dipinti in cui si è potuto agevolmente osservare il progetto
di crescita e d’articolazione della natura che come ogni cosa vivente è soggetta inesorabilmente a
modificazioni da parte di fattori ambientali come pienamente espresso nell’opera “Il lavoro dell’acqua e del legno”.
Qui un corso d’acqua, in piena libertà, corrode inesorabilmente la base dell’albero che ostinatamente difende
la propria esistenza aggrappandosi con forza alla terraferma.
Eloquente esempio di commovente tenacia che culmina nel trionfo della vita nonostante gli insidiosi contrasti
tra gli elementi del creato; messaggio chiaro per la realtà umana: il mondo va affrontato con coraggio,
determinazione e perseveranza!
Nell’ambito della tecnica, se Vincent Van Gogh eseguì il vigoroso quadro “I covoni” usando come pennello
una cannuccia di bambù appuntita per imprimere sulla tela il suo mondo interiore, il pittore di casa
nostra, affascinato dal rapporto tra luce e colore, con audaci procedimenti, non ha esitato a dar vita
a visioni della natura ricorrendo all’impiego dell’olio con sabbia oppure con segatura come nel dipinto
“Vita su una roccia”.
Tale espressione pittorica non costituisce un procedimento semplice, bensì un andamento elaborato che
richiede non solo abilità manuale, ma anche chiarezza d’idee per far giungere all’opera maggiore freschezza e luminosità.
Il colore, come elemento essenziale, rivela in lui una ricerca cromatica equilibrata proprio come
la sua misurata indole; indole di uomo riservato, dotato di intelligenza analitica e di decisa
carica pittorica; carica che sente forte l’eco delle fonti che risalgono all’ impressionismo di Claude Monet.
Nei suoi dipinti, perciò, c’è col proprio mondo interiore un legame più che iconografico e spaziale,
una connessione chiaramente simbolica da leggere e interpretare come un vivo richiamo alla purezza della natura.
Il suo stile luminoso è portato, col fluire delle tinte, a sublimare i valori umani parlando all’animo di chi osserva.
E soprattutto in questo consiste la forza dell’arte di Giancarlo Fantini: un’arte che per la
sua ricchezza di emozioni vuole giungere al cuore di chi si ferma davanti ai suoi quadri per
cogliere un messaggio preciso che non è certamente unico per tutti perché come l’acqua, linfa
vitale, prende la forma del recipiente che la contiene, così la sua pittura si mescola con i
sentimenti di ciascun osservatore avvolgendogli l’anima in un’armoniosa e personale visione.
Visione che non può che suscitare sentimenti elevati e puri.
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Nostalgie dei sensi [Giorgio Segato]
Il paesaggio, la veduta naturalistica sono fin dagli albori del fare pittorico soggetti privilegiati
dell’artista, poiché tramite essi egli può esprimere il suo sentimento panico, di appartenenza alla
natura, o come gli accade sempre più spesso, di nostalgia di immersione e di partecipazione effettiva
alla natura naturans, in un mondo in cui sembra prevalere la natura artificiale e la natura virtuale,
con grave riduzione, smarrimento e perdita della nostra conoscenza sensibile sia di ciò che ci sta
attorno, l’ambiente, con le sue piante, i suoi fiori, la sua luce, le sue stagioni, sia di ciò che dentro di noi viene elaborato.
Sempre più viviamo sensazioni indotte, descritte, omologate, confezionate con sempre più scadente
prensilità e scarsa potenzialità di elaborazione, perché sempre più piatte sono le sensazioni e
sempre più povere sono le sinestesie che si sedimentavano nella nostra psiche fin dai primi mesi
e certamente anche nel periodo prenatale: voci, tepori, suoni, odori, luci, contatti sapori,
colori in miriadi di relazioni gelosamente custodite nella memoria mnestica, la memoria sensitiva,
come fonte inesauribile di fasci di ricordi spesso all’origine di scelte, di gusti, di tendenze, di
abitudini, di momenti creativi, di ispirazione poetica, musicale, costruttiva.
Varie ragioni rendono sempre più esiguo quel bagaglio, quella dotazione acquisita, che ci accompagna
per tutta la vita, prima fra tutte il prevalere, anche nel periodo di gestazione, di esperienze
diretta di natura artificiale, le eccessive preoccupazioni ed occupazioni fisiche ed intellettuali
con poco dialogo col nascituro e poi le difficoltà del parto, l’allattamento artificiale, la povertà
dell’ambiente di famiglia nucleare, le plastiche, l’inquinamento acustico, atmosferico, alimentare.
Questa condizione accresce di generazione in generazione un disagio intimo, una nostalgia dei sensi,
una percezione di smarrimento, nel senso letterale del termine, come perdita di consistenza delle
emozioni, delle sensazioni profonde: una forte nostalgia di natura alla quale gli artisti rispondono
in pittura con il ritorno al paesaggio, alla veduta, ma non più semplicemente come finestra che si
apre sul mondo esterno, sguardo mirato, ma come soglia che rimette in comunicazione mondo psichico
e mondo fisico, aprendosi ai colori, ai profumi, ai tepori, ai sapori e al tempo stesso proiettando
in essi la propria inquietudine, il senso di divario, cercando di recuperare equilibrio, misura, appartenenza.
Non poteva essere altrimenti per Giancarlo Fantini: autodidatta, ma fin da bambino attratto dalla
pittura, come lo erano il padre e lo zio, esperto di piante, come docente e come ricercatore;
certamente non poteva vivere il fare pittura come restituzione consolatoria, ricerca di una
superficiale piacevolezza retinica, ma, nella piena consapevolezza delle grandi perdite per
estinzione, contaminazione e per riduzione e ignoranza, piuttosto come luogo dell’ascolto e
del confronto delle voci di dentro e di quelle di fuori, luogo dell’espressione più che
dell’impressione, del gesto di urgenza narrativa più che del disegno di acquietata descrizione.
E in effetti non solo adotta fin dagli inizi la tecnica cèzanniana del costruire le forme
direttamente col colore, nella materia, in modo che le cromie siano trascrizione emotiva e
intellettiva diretta, senza mediazione, ma registra vedute e paesaggi come in una sorta di
diario di scoperta interiore, non di viaggio, pur scegliendo i luoghi più amati, il lago, le
valli, i boschi di betulle, ma anche colline scozzesi e vedute desertiche, approfondendo a
volte suggestioni fotografiche, altre volte dipingendo en plein air o nello studiolo, inseguendo
emozioni e pensieri che si amalgamano nella veduta, nel ricordo di un esplodere di gialla luce
solare o del suo serotino declinare, di un ispessirsi di pieghe d’ombra, o di un modularsi e
modellarsi di colori e riverberi al di qua e al di là della soglia, che è la superficie del
quadro, nell’animo e nella natura.
E nei momenti più alti ed efficaci del suo fare egli sembra raggiungere un’insperata armonia,
sorprendere una speciale felicità cromatica, una magica beltà, che, tuttavia, non sono mai in
funzione consolatoria e passivante, ma alimentano nuovi stimoli, nuove inquietudini intime,
suggeriscono più approfondite ricerche per avvicinare ed immergere ancor più i sensi nella
natura, espanderli in essa, con-fonderli in essa, in un’effusione di luce colore.
E’ proprio sulla luce che si appunta l’indagine attenta di Giancarlo Fantini; le sue vedute
evitano il dettaglio, sono sintesi, semplificazioni per campiture luminose a ben guardare più
psichiche che naturalistiche, più risonanza emotiva della realtà ed adesione che descrizione.
La semplificazione strutturale del soggetto gli consente di modulare campiture espanse di luce
colore con effetti di particolare liricità, di canto delle cromie sovente distribuite in
profondità dall’ombra alla pienezza solare all’orizzonte, o al di sopra delle colline.
Significativa attenzione dedica alle stesure dei verdi, dei gialli, dei rossi, dei rosati in
variazioni timbriche e tonali fortemente espressive di emozionata partecipazione, come se
le scoprisse specchiate nell’anima, sullo schermo della psiche, sul fronte della memoria
sensitiva e dell’ispirazione e restituzione poetiche.
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La personale del 2000 ad Arona [Simone Dulio]
…un appuntamento ormai tradizionale… tutti i quadri sono ad olio, mentre
per alcuni si può notare una forma di sperimentazione artistica attraverso
l’uso di sabbia e segatura, soprattutto per rendere l’effetto della neve e della roccia.
Da notare senz’altro un bosco di betulle di grande effetto.
Viene da dire, dopo la visita, che Fantini “sa cos’è un albero”. Il che
potrebbe sembrare una battuta di spirito, trattandosi di un esperto di
piante, ma sta semplicemente a significare che l’autore da il meglio nella
riproduzione della natura, nelle sue varie forma; non solo nella verosimiglianza
delle immagini, ma anche nella resa dello spirito che a tratti sembra animare anche la vegetazione.
Dai tramonti sul lago alle nostre valli, tocca anche temi più esotici come il deserto…
Al termine della visita, una riflessione con l’autore, che parte da una
riscoperta dei classici e continua: “mi ha scritto una visitatrice –
perché continui a fotografare? Non ti basta ciò che riesci ad imprimere
nella tua iride? Non c’è bisogno dell’esattezza per donare agli altri…forse
c’è più bisogno del tuo ricordo, della tua memoria, della tua interiore/profonda/lontana
interpretazione del reale…insomma c’è più bisogno di te!”. Alla domanda, risponde che
continuerà a praticare l’arte, perché, come dice Compay Segundo, “l’arte vi da
la dignità e vi rende il cuore meno duro”.
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Il ritmo dei colori e il naturalismo di Fantini [“La Provincia” - Cremona dicembre 2000]
…Egli fa rivivere nelle sue opere la dimensione emozionale dei ritmi e
dei colori della natura, con una padronanza dei segni, dei cromi e delle tonalità.
Il naturalismo di Fantini si sofferma, in particolare, su brani lacustri e montani,
su vedute di terre scozzesi, che inducono a nuove considerazioni sui rapporti tra l’uomo e la natura.
Da appassionato ecologista, il pittore ha una visione dei problemi e delle esigenze
che sorgono dall’alterazione dell’ambiente. La sua sommessa denuncia, quindi, di tali
problematiche appare in sintonia con il gusto di matrice letteraria per un paesaggio di “contenuti”.
L’artista sceglie una inquadratura panoramica (frontale o dall’alto) ed un taglio
compositivo centralizzato secondo i tradizionali canoni prospettici.
Dai paesaggi traspira un delicato lirismo, che non prescinde da una lettura in chiave
naturalistico-descrittiva delle scene, che prendono forma direttamente dal colore.
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Paesaggi dal lago – Centro Culturale “La Fabbrica” Villadossola [G.P.]
…I suoi paesaggi, immersi in una luce particolare, creata dagli elementi che l’attorniano: un mondo
colmo della forza del creato che rinasce sotto la mano dell’artista.
Non segue le mode del momento , questo valido pittore, i cui quadri hanno soggetti, colti attraverso
i moti dell’anima, che riproducono le bellezze che ci circondano e le immagini della sua personale
visione della natura. Molte delle opere sono state eseguite lungo il lago Maggiore con sullo sfondo
le splendide vedute del Verbano; altre tra brughiere, colline e montagne; qualcuna in pianura o
addirittura in località straniere; tutte, però, sanno trasmettere ai fruitori qualcosa di positivo,
di sereno; momenti di gioia interiori, colmi, di luci e di colori, che aiutano a superare le sfide
continue della vita quotidiana.
Il sottile “narrare” di Giancarlo Fantini, soprattutto con la serie di lavori legati al Vco, i
cui siti sono ripresi con linee essenziali, quasi sfuocate, ma impreziosite dalle cromie atmosferiche,
porta i fruitori tra insenature e scorci che li trascinano lontano dalla lacerante realtà odierna,
dal clamore della gente immersa nei grandi agglomerati urbani, per ritrovare la propria segreta
identità di uomini del nuovo millennio.
Pertanto, le rappresentazioni dei luoghi si fissano sulle tele come brani di un racconto che fa
parte indiscutibilmente della sua esistenza: un itinerario che finisce per diventare memoriale,
in quanto appartiene alla vita, alle tradizioni, agli eventi che legano l’uomo all’ambiente e alla sua cultura.
Negli elementi del paesaggio che gli è famigliare, Fantini ha trovato non solo una fonte di
ispirazione, ma i mezzi con cui esprimersi e, ciò che più conta, il riflesso delle sue tensioni
interiori, della sua aspirazione ad una bellezza che non ha nulla di estetizzante, proprio
perché nasce da una sofferta ricerca, legata ad una sorta di desiderio di pace e di tranquillità.
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